Amori
Molti anni fa, quando ero giovane e mi innamoravo delle donne in maniera
totale, perché non avevo ancora imparato a lasciare libero un
angolino del cuore dove ritirarmi come su un'isola di salvamento, conobbi
una ragazza. Dopo qualche giorno, molto candidamente, mi confessò
di essersi innamorata di me. Diamine! Era successo proprio quello che
avrei voluto. Non stavo più nella pelle. Camminavo, lavoravo,
discorrevo, bevevo, tutto velocemente, tanta era l'euforia scatenata
dal miracolo. Mi accorsi pure, e la cosa mi preoccupò, che nel
bosco, mentre tagliavo legna, cantavo, cosa improbabile in stato di
sobrietà. La ragazza mi piaceva molto, anche se certe sue caratteristiche
fisiche rendevano il mio animo inquieto. Aveva occhi azzurri come fiori
di lino ma gelidi e indifferenti, guardiani di un viso tagliente come
il filo di una scure. Possedeva un fondo schiena dolomitico, roba da
miss, ma era priva, lo scoprii col tempo, di un attributo erotico altrettanto
fondamentale: l'intelligenza.
Facevo diciannove anni, tempo di servire la patria. Partii un afoso
pomeriggio di giugno, alpino, destinazione l'Aquila. Tre mesi in Abruzzo,
i restanti a Tarvisio. Totale sedici, uno in più per "punizioni
accumulate". Durante la prima metà del servizio militare,
ricevetti dalla signorina un metro cubo di lettere. Dal contenuto di
quelle missive, pareva che senza di me non potesse più vivere.
Ero preoccupato. Temevo per la sua vita. Ad un certo punto, non scrisse
più. Sarà il lavoro che la tiene impegnata, pensai. Cercavo
di illudermi. Tornai a casa in licenza ordinaria. Ci incontrammo a Maniago,
la città dei coltelli. Mi disse che stava attraversando un periodo
confuso, che doveva pensarci su. Capii. Avrei preferito fosse stata
onesta, e mi avesse detto subito che aveva trovato il miliardario della
sua vita. Mentre si allontanava la guardai. Era bella. Quando una donna
ti lascia sembra ancora più bella. Girai per osterie. Dopo avermici
portato, Silvio venne a recuperarmi con la cinquecento Moretti. Non
la vidi più. Seppi (perché mi informai) che si era sposata.
L'anno scorso, in luglio, fui invitato a Lignano, al Tenda bar, per
parlare a turisti arroventati di qualcosa. Solite storie: libri, alberi,
vita, morte e, in contrasto con il luogo, montagne. Finito l'impegno
mi si avvicinò una signora. Capelli con fili d'argento, gonna
lunga a fiori verdi, trasparente, andatura elegante (a volte i soldi
migliorano il passo), occhi di lino, ancora piacente. Era lei. Ma stentai
a riconoscerla. "Volevo salutarti, ti ricordi di me?" esordì.
Stavo per andarmene quando mi venne in mente una frase di Fernando Pessoa,
vergata nella lettera d'addio all'unica donna della sua vita, Ophèlia
Queiroz. "Le chiedo di non fare come la gente comune, che è
sempre grossolana: che non giri la testa quando ci incontreremo; né
abbia di me un ricordo in cui ci sia spazio per il rancore." Bevemmo
un paio di whisky e il caffè. Mentre fumavamo una sigaretta mi
confidò che non aveva avuto figli. "Probabilmente con me
ne avresti avuti" buttai lì, cinicamente. Rise. "Come
ti va?" Proseguì. "Va" risposi. Capì che
non era il caso di insistere. Mi salutò e se ne andò.
Per la seconda volta, dopo trent'anni, la guardai allontanarsi. Ma quel
giorno, a Lignano, non mi parve più così bella. Però
il cuore mi batteva. Forse a causa del caffè o le sigarette.
Mauro Corona