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Rapaci
tremanti
Una volta, anzi, una delle tante, andai a caccia di camosci con Celio. Mi aveva chiesto in prestito a mio padre per fare la "parata", perché avevo imparato bene a muovere i camosci ed ero anche veloce. "Mene, impresteme l'canaj, par doman" (Domenico, prestami il ragazzo, per domani). "Totelo là e felo core, cal se deset" (prendilo e fallo correre, che si svegli) rispose mio padre. Attraversando i ripidi versanti settentrionali delle Centenere, ci portammo sulla cengia mediana del monte Lodina. Dormimmo poco sotto la forcella omonima. Il giorno dopo, all'alba, feci il mio percorso di lavoro, urlando e sparacchiando per far muovere i camosci. Acquattato alla fine della cengia, Celio aspettava. Uccise un maschio grosso con otto anni dichiarati nelle corna. Nascondemmo la preda in una scafa della roccia e ci spostammo in un'altra zona. Per far passare il tempo. Quando si va a bracconare, è impensabile tornare a casa di giorno. A mezzodì ci fermammo a mangiare un boccone. Avevamo scavalcato la forcella finendo sul versante orientale del Lodina. Ad un certo punto si udì chiaro nel cielo il grido dell'aquila. Il rapace roteava a nemmeno duecento metri da noi, vicino alle rocce. Celio puntò il binocolo e, dopo un po', me lo porse dicendo:"Guarda là!" Misi a fuoco la scena. Una grande aquila si lanciava come un proiettile verso un puntino scuro sulla cengia. Gli assalti si susseguivano velocissimi. Tentava di buttare giù un camoscino. L'animale, terrorizzato, non si muoveva perché non aveva spazio. Da quel punto non poteva andare da nessuna parte. Due volte tentò di fuggire a ritroso, da dove era venuto, ma l'aquila lo artigliava. Finché lo fece precipitare. Un salto di cento metri. Volò giù come una giacca vuota. Allora Celio armò il Super-Express munito di cannocchiale e mi disse:"Stai attento adesso". Mirò l'aquila che già si trovava sopra la bestiola morta. A colpi di rostro stava bucandogli la pancia per mangiarsi le interiora. I rapaci iniziano dal ventre perché è il punto di minor resistenza e dà accesso a tutto il resto. Mentre l'aquila tirava i visceri come elastici, Celio sparò. La pallottola esplose con un bagliore di schegge biancastre due dita sopra la testa della regina. Io seguivo attraverso il binocolo. L'aquila provò quel terrore che pochi minuti prima aveva regalato al piccolo camoscio. Con una spinta degli artigli, spiccò il volo. Ma volava tremando. Prendeva quota con colpi d'ala goffi e scomposti. L'aquila aveva perduto l'eleganza. Celio seguì a occhio nudo quel volo tremolante fino a che non scomparve. Poi, ridendo mi disse:"Vedi, anche l'aquila di fronte alla morte scappa tremando" "Perché non le hai sparato prima che buttasse giù il camoscio?" gli domandai. "Perché, lasciandola fare, abbiamo guadagnato un capo senza fatica". Recuperammo l'animale. Era una camoscina di nemmeno due anni. Aveva ancora negli occhi aperti il terrore della morte. Mauro Corona |