La
pendola
Uno dei cari oggetti della mia infanzia, una di quelle cose che accompagnano
i giorni di un bambino con la loro presenza costante, affettuosa e,
allo stesso tempo, misteriosa, era la vecchia pendola di famiglia. Di
legno scuro, certamente noce, con il quadrante d'argento, alta circa
mezzo metro, stava appesa, chissà da quanti anni, sull'affumicata
parete occidentale della cucina. Un po' distante dal focolare, per evitare
che il calore non alterasse il movimento. Quando batteva le ore, emetteva
un suono dolce e malinconico. Un suono di colore viola, discreto. Un
rintocco che non disturbava, non invadeva ma, al contrario, rilassava,
teneva compagnia, dissipava l'ansia. Non vedevo l'ora di sentirla suonare.
Ogni due giorni bisognava ricaricare la molla per tenere in vita quella
importante presenza. Aperta la porticina di vetro con l'apposita chiavetta
che stava all'interno, nell'angolino basso a destra, si "tirava
su" la molla finché il girare non diveniva faticoso. Era
il segnale di fermata. Andare oltre significava rischiare di rompere
gli ingranaggi. Il compito di fare battere il cuore alla pendola me
lo ero assunto io. Stavo molto attento a questo. Non volevo che si fermasse.
Quando accadeva era come se mancasse qualcuno in casa. Una sera mio
padre tornò a casa ubriaco. Non era la prima volta ma, quella
sera, chissà perché, volle caricare la pendola. Con lui
c'era anche il suo amico Gianni Gallo (con il quale, in seguito, dividerò
molte avventure di caccia e di scalate). Mio padre bofonchiando tirò
giù la pendola, la posò verticale sul tavolo e si mise
a caricarla. Non lo faceva mai. Non so perché, quella sera, se
la prese con lei. Ebbi l'impressione che la pendola odiasse quell'omaccio
che l'aveva tolta bruscamente dal suo posto. Ma come si permetteva?
Il "vecchio" girava la chiavetta come un manovale usa il piccone.
E non si fermò quando era tempo. Continuò a spingere finché
si udì un allarmante "Tlach". L'orologio tacque d'improvviso
e, con lui, tutti facemmo silenzio. La nonna, il nonno, mio fratello
ed io ci avvicinammo come se fosse morto un vecchio di famiglia. Mio
padre ci respinse sbraitando. Chiamò Gianni Gallo e gli disse
di tenere la cassa ben ferma sul tavolo. Poi afferrò un cacciavite,
aprì la porticina sul retro, dove, fino a pochi minuti prima
pulsava la vita, e si mise a punzecchiare gli organi interni della sveglia.
Proprio vicino al cuore. Trattenevo il fiato. La pendola era una bomba
innescata e mio padre il maldestro artificiere intento a disinnescarla.
Mi batteva il cuore, ero in ansia per la vita dell'amica. Odiai l'imbecille
che il vino aveva trasformato in orologiaio. La tensione era alta. Intuivo
che stava per accadere qualcosa. E mi dispiaceva. Mio padre continuava
a trafficare: toglieva viti, punzecchiava ingranaggi, ridacchiava. All'improvviso
ci fu un fragoroso "clang". La pendola era scoppiata lanciando
rotelline sul pavimento. Ciò che temevo era successo. Gianni
Gallo rise a crepapelle. Nonostante il dolore per qualcosa di amato
irrimediabilmente perduto, mi sentii come liberato da un peso. Non avrei
più dovuto assistere a quell'omicidio. Ma quanta tristezza! In
seguito, con le rotelline giocammo alla trottola.
Sono passati quarant'anni dal giorno dello scoppio. La pendola sta appesa
al suo posto, nella vecchia casa. All'apparenza sembra viva ma il batacchio
non oscilla e il suo cuore non batte più. Forse la farò
aggiustare. Gli metteranno un motore a batteria e non dovrò più
caricarla. Ma almeno potrò udirne ancora la voce.
Mauro Corona