La
porta
Quando si ristrutturano vecchie baite o case di montagna, dove sono
passati secoli di vita alpestre, e greggi di uomini hanno faticato,
bisognerebbe che gli addetti a i lavori usassero un occhio particolare
nei confronti degli oggetti rimasti tra quei muri. Sono pezzi di memoria,
testimonianze antiche, documenti preziosi di genti e culture ormai scomparsi.
Ad esempio: dove sono finite le vecchie porte che proteggevano le baite
della mia valle, oggi diventate bivacchi o rifugi alpini? Che destino
hanno avuto le porte delle Casere Bedìn, Lodina, Galvana, Bregolina,
Ronsciada, Fraseign e tante altre?
Quelli non erano più semplici usci ma archivi. Libri di legno
formati da una sola pagina, alta centottanta centimetri per sessanta.
Quelle tavole di larice, slavate dagli elementi, portavano incisi umori,
gioie, dolori, fatiche di uomini e donne del tempo andato. L'essere
umano ha sempre lasciato memoria del suo passaggio graffiando o dipingendo
qualche superficie. Incominciò sulle pareti delle caverne per
arrivare alle fiancate dei treni.
La porta di Casera Bedìn era un libro pieno di poesia, di malinconie,
di battute allegre, mai volgari o oscene, come si trovano oggi nei cessi,
messaggi d'amore, avvertimenti in odor di vendetta. Tutto scritto a
colpi di temperino. "Francesco Filippin Costantina", aveva
inciso il mitico bracconiere Checo. Non poteva aggiungerci altro poiché
quelle erano le uniche parole che sapeva scrivere. Bastìan de
la Rìncia aveva accompagnato al suo nome un perentorio "Basta".
Chissà cosa gli passava nella testa mentre scolpiva quella parola.
Ottavio aveva lasciato questa traccia: "27 novembre 1962. Di qui
passò Ottavio Filippin con un camoscio e un camoscin". In
un angolo a destra c'era anche il nome mio e di mio fratello Felice
con la data del 25 luglio 1963. "Viva i monti" avevamo aggiunto
poco sotto. Il tutto era racchiuso da un cerchio come a voler proteggere
il nostro legame fraterno. E poi ancora centinaia di nomi, molti scomparsi
da tempo. Mi provocava una valanga di ricordi, quello del caro amico
Guerrinin, il Cristo della processione, l'uomo atleta, il cacciatore
solitario, morto cadendo da una roccia abbracciato al camoscio ucciso.
Sulla porta della Casera Galvana, tra le infinite incisioni, un messaggio
inquietante: "Prin o daspù cop calche dun.Iù, S.F."
(prima o dopo ammazzo qualcuno. Io, S.F.).
Chi non sapeva scrivere scolpiva fiori, soprattutto stelle alpine e
margherite. In Val Minòn, sulla porta della baita, tra le tante
scritte una mi piaceva in particolare. Si trattava di una dolce dichiarazione
in cui l'ignoto autore era riuscito, forse inconsciamente, a tenere
lontana la triturata parola amore. "Io voglio bene a Bruna",
aveva scritto firmandosi P.
Oggi, di quelle amate porte non vi è più traccia. Sono
state demolite e date in pasto al fuoco. Al loro posto quelle nuove,
lucide di vernice, anonime. Sarebbe stato bello raccogliere in un museo
tutte le porte-libro delle casere. E, al loro fianco, dei pannelli bianchi
con la traduzione dei messaggi. Più di un visitatore sarebbe
rimasto scosso dalla forza, dalla poesia, dal mistero di quelle parole.
Ormai le mie porte esistono solo nella memoria. Un altro pezzettino
della nostra cultura è andato perduto. La sensibilità
abita sempre meno da queste parti. Ma credo, ormai in tutto il mondo.
Mauro Corona