Solitudine
Qualche anno fa, forse era il 1991 complice la lettura di "Vita
nei boschi" di Henri David Thoreau, ma soprattutto a causa
dell'ennesima disputa con la consorte, trascorsi il mese di
febbraio nella sperduta casera Laghetto, in alta Val dei Frassini.
Volevo starmene in pace, a contatto con la natura e i miei pensieri.
Caricai un sacco di viveri, vino escluso, e mi piazzai nell'accogliente
ricovero. La prima notte portò inquietudine. Rimorsi,
rimpianti, spingevano alla porta, accompagnati da remote tristezze.
La candela dava vita a ombre che ballavano sulle pareti della
stanza. Per tutto il mese, ogni notte, un topolino mi tenne
compagnia rosicchiando qualcosa sotto le assi dell'impiantito.
La stufa funzionava a meraviglia. Avevo tolto il cerchio centrale
in modo che la fiamma potesse uscire fuori e tenermi compagnia.
Durante il giorno facevo lunghe camminate favorito dal fatto
che c'era pochissima neve. Avevo portato con me anche delle
sgorbie e, quando non camminavo, scolpivo piccoli folletti,
gnomi, spiriti dei boschi e animali che poi appendevo sulle
pareti di legno della baita. Di notte, al bagliore della fiamma,
quelle figurine prendevano vita e iniziavano a danzare lungo
le assi. Un'aquila di pino mugo sembrava battere le ali. Durante
la prima settimana il sonno non voleva saperne di arrivare.
La testa si caricava di ansie fino al punto di farmi percepire
gente nella stanza. Allora, per dissolvere quelle presenze inquietanti,
uscivo nella notte e lanciavo grida come quando i pastori richiamano
gli armenti. Dopo i primi quattro, cinque giorni difficili,
sentii che stavo riappropriandomi dei ritmi naturali che l'uomo
ha dentro di sé sin dai tempi della creazione. I giorni
iniziarono a trascorrere veloci, l'ansia era scomparsa, di notte
dormivo quasi tranquillo. Non prima di aver chiacchierato con
i folletti di legno appesi alle pareti. Ogni tanto, soprattutto
la Domenica, appariva qualche turista che faceva domande. Allora
me ne andavo verso la cima Laste. Vennero a trovarmi anche degli
amici, preoccupati per la mia salute che, invece, era ottima.
Tra questi una psicologa, a quei tempi praticante. Le raccontai
che parlavo con gli spiriti dei boschi. Dopo aver sgranato gli
occhi, la dottoressa tentò in tutti i modi di annientare
i miei folletti. Chi non è capace di sognare cerca di
impedirlo anche agli altri. Poi, con una serie di domande mirate,
si mise a cercare nella mia infanzia i motivi che mi avevano
spinto a ritirarmi in una baita. Mi stava annoiando. Voleva
riportarmi a valle. Allora, con molta dolcezza, le dissi che
aveva ragione, che sicuramente avevo delle tare, ma mi piaceva
stare a Casera Laghetto e ci sarei rimasto. Poi, gentilmente,
la invitai ad andarsene e la questione fu liquidata per sempre.
Quel mese da solo fu una bella esperienza. Vissi a contatto
con gli elementi, libero come un camoscio. Di giorno giocavo
con la natura, di notte ascoltavo gli esseri misteriosi che
la popolano. Verso i primi di marzo, a malincuore tornai a casa.
Il dovere imponeva la mia presenza. Ma sarei rimasto volentieri
lassù. In seguito, dei folletti scolpiti in quel periodo
non trovai più traccia. I passanti li avevano trasferiti
nelle loro case, con l'illusione di imprigionare gli spiriti
dei boschi. Ma hanno collezionato soltanto un pezzetto di legno.
I folletti non vivono nelle case degli uomini, stanno bene nei
boschi, tra le rocce, nelle vecchie baite, nelle radure. Ed
è lì che bisogna cercarli.
Mauro Corona