IL GAZZETTINO - Domenica 05 dicembre 2004
di FRANCO SOAVE
Il barometro è inchiodato al muro della bottega. Niente scatole magiche con i simboli del sole e della pioggia, fasi lunari, grafici della pressione atmosferica, temperature, previsioni. Il barometro praticamente infallibile e inesauribile perché non funziona a pile è la punta di un giovane abete bianco lunga una ventina di centimetri, con un rametto sottile che sporge a sinistra. Sul muro, appena sotto il rametto, alcuni segni orizzontali a carboncino e due parole sotto e sopra i segni: bello, brutto. Quando il tempo è buono la scarsa umidità asciuga il rametto che si abbassa a segnare bello, se il tempo cambia l'umidità crescente lo gonfia e lo alza a segnare brutto.

L'uomo di legno lo guarda e lo tocca prima di entrare in bottega. Funziona? «Certo che funziona. La natura, se la sai prendere, ti dà anche questo. Altro che quei marchingegni che costano un sacco di soldi!».

Mauro Corona l'uomo di legno è lui: alpinista, scultore e scrittore conosce profondamente la sua terra e ciò che può dare. Acqua, sassi, montagne, erba, alberi, cielo. Sceglie accuratamente il legno su cui scolpire a seconda di ciò che ha in mente e del periodo dell'anno. E in bottega il legno non solo si vede, nelle opere finite o abbozzate. Si respira.

Il bosco comincia appena fuori del paese, Erto, ricostruito più a monte del paese vecchio, ormai quasi del tutto abbandonato dopo il Vajont. Qui come altrove, si capisce che il bosco cammina. Lo fa piano e in silenzio ma cammina.

- Mauro, perché il bosco cammina?

«Perché il bosco è come una casa. Se tu non la vivi, non la ami, non la curi, non la usi, un po' alla volta andrà in rovina. Il bosco se lo lasci così diventa un groviglio e muore, si inselvatichisce e avanza. Ci saranno boschi sempre più fitti ma meno grossi, perché si soffocano. Quando andavo a legna con mio nonno, da una famiglia di venti faggi ne tagliava dodici, così gli altri avevano spazio per crescere e per respirare.

CONDANNATI

ALLA DERIVA

Ma il problema è anche un altro: perché non si taglia più il bosco? Perché gli uomini, i giovani soprattutto, non hanno più voglia di faticare per prendere quello che prende un ragazzo che va a lavorare in fabbrica. Oggi ci sono industrie - non faccio nomi ma potrei farne - che danno a un ragazzo un anticipo di 10 milioni per l'automobile. Così può comprarsi subito la macchina, andare a lavorare otto ore al giorno, con sabato e domenica liberi, tredicesima e a volte la quattordicesima. Spiegami perché uno dovrebbe tagliare legna o curare il bosco».

- Ma allora non c'è soluzione, andrà tutto l'uomo e la natura inesorabilmente alla deriva?

«Dalle nostre parti hanno inventato un agriturismo, i ragazzi hanno trenta mucche ma hanno anche un locale dove vendere il latte, il formaggio, la ricotta, dove fanno da mangiare. Allora sì che sono incentivati a rimanere perché la fatica viene ripagata non solo dal denaro, ma dalla soddisfazione di vedere il proprio lavoro. Capito? Se non inventi qualcosa in modo che le persone siano incentivate a usare il bosco, non ci sarà niente da fare».

- La fai semplice tu. Ma è dura pensare che i giovani oggi scelgano di vivere in mezzo agli alberi: come si fa?

«Si può fare, ad esempio, una scuola di artigianato. Perché morti gli artigiani, sarà morta la memoria, la biblioteca manuale. Ci vorrebbe una scuola d'arte, non solo per scolpire, intagliare cesti, gerle, sedie, cucchiai e forchette, ma anche per imparare a usare il legname che nelle case dura più del cemento, in modo che il bosco venga tagliato per uso quotidiano, ma in maniera intelligente. Dico intelligente perché oggi ci sono boscaioli privilegiati che hanno la Ferrari nella stalla e portano giù dalla montagna dodici camion di legname al giorno. L'uso indiscriminato strizza il bosco come una spugna. E il bosco ci mette quarant'anni a tornare».

- Vuoi dire che la rovina dell'ambiente è il progresso?

«È il progresso mal distribuito, distribuito a uno solo. Invece bisogna inventare un'attività in cui la materia prima sia il bosco. Perché non inventare delle scuole per diventare boscaioli, con percorsi da affidare ai giovani, istruiti prima e poi pagati bene? Il bosco, come dice Rigoni Stern, deve venire usato ma non sfruttato. Insomma bisognerebbe creare una fabbrica del bosco. Sembra un paradosso, ma non lo è».

- Ma chi insegnerà tutte queste cose ai ragazzi?

«Bisogna salvare gli ultimi boscaioli, perché non basta studiare scienze forestali. Io sono andato in giro per i boschi con i laureati: sì, sanno i nomi in latino, sanno anche molte cose che il boscaiolo non conosce, però sono tecnici e allora bisogna introdurre i boscaioli nelle scuole, oppure i contadini, perché sono loro che custodiscono il patrimonio.

IL TAGLIO CHE SALVÒ

ERTO DAL FUOCO

Nessuno sa che un albero se è tagliato il 3 marzo non prende fuoco. Se tu devi fare una casa devi tagliare il legno il 3 marzo in luna calante o anche in luna crescente, perché non prende fuoco: lo metti nella stufa piena di legna che arde e la mattina lo trovi intatto, è solo annerito. Quando prese fuoco il paese di Erto nel 1620 i tetti di paglia finirono arrosto, però i telai delle case rimasero tali e quali, ci hanno solo rimesso la paglia. Perché il legno veniva da un taglio di 3 marzo. E così il futuro architetto deve sapere che i legni per le travi di una casa vanno tagliati in luna calante in novembre, quando l'albero non butta più le linfe, quando l'albero sta per mettersi a dormire, e durerà in eterno. Diceva ancora Rigoni Stern che è un capitale il bosco, perché si rinnova».

- Però il bosco da solo non basta per vivere. Il mondo di oggi ormai ha dinamiche che non consentono di tornare indietro. Altrimenti rischi di uscire dal tempo...

«Certo, la fabbrica ci vuole. E infatti questo legno dove lo porto? Ma non vedi che abbiamo le selve che stanno inselvatichendosi e nessuno le taglia. I seggiolai di Manzano hanno scarsità di legno e devono importarlo. Sono cose assurde, abbiamo il legno davanti a casa e lo importiamo da fuori, perché non c'è nessuno che fa un'operazione di taglio regolare, intelligente. Stradivari dove prendeva il legno? Prendeva nel bosco del Cansiglio le sue essenze, e non era la vernice che faceva suonare il violino, suonava perché tagliava il legno in una notte di maggio quando il bosco cantava. Ma attenzione perché anche il bosco può andare in crisi. Se tagli un carpino quando è avvilito perché magari ha preso una grandinata, o in luna crescente, non puoi fare i pattini della slitta perché ti durano un giorno, se lo tagli nel periodo giusto ti durano dieci anni».

- Vita, musica, casa, lavoro, ombra, profumo Cos'è veramente l'albero per l'uomo?

«Basterebbe dire che è l'ossigeno, il polmone... Se non ci sono alberi l'uomo muore perché non ha più ossigeno. La fotosintesi la fanno gli alberi, loro tirano dentro anidride carbonica e di giorno ti danno l'ossigeno. Ma al di là di questo, credo che l'albero, il bosco, siano un riferimento, un luogo di serenità. Io non ho mai visto la Pietà di Michelangelo e mai andrò a vederla, ma sapere che c'è mi fa vivere meglio. Così gli alberi. È un riferimento il bosco, come lo è la fede, come lo sono la Chiesa, Dio, l'aria, il cielo, l'acqua.

LA LEZIONE

DELLA BETULLA

Gli alberi parlano perché se tu vai nel bosco, e ti siedi in una radura senti qualcosa che aleggia nell'aria, è un messaggio. Sono anime che tornano, c'è gente nell'aria lì attorno, i tuoi amici morti, i tuoi paesani. Pensa a un uccellino di venti grammi che si appoggia sulla cima di un larice di un metro di diametro, e vedi che piano piano lo fa oscillare. Questa è la forza divina. Gli alberi ti insegnano a non opporti alla vita, ma ad assecondarla. Guarda una betulla quando nevica: a un certo punto sente che il peso della neve le spacca un braccio, allora cala il braccio - che sarebbe il ramo - scarica la neve e il ramo torna al proprio posto. Il carpino invece ti insegna a resistere. Lui non vuole la neve ma non vuole cedere, e la neve alla fine gli spacca il braccio. Ecco il linguaggio delle piante».

- Fra venti giorni è Natale. E comincia la solita strage di abeti. Che ne pensi?

«E' un disastro. L'ultima luna di novembre, ma può cadere anche in dicembre, se tu tagli un albero di Natale, lo riponi in soffitta o nel ripostiglio delle scope, lo ritroverai per trent'anni, non perderà un ago. Invece c'è troppa fretta perché manca un riferimento, manca la fede. La gente dice: taglio alberi, tanto quando sarò morto io chi se ne frega di cosa succederà sulla terra. Mi serve l'albero di Natale, via di corsa a prendere l'alberello! A questo portano l'egoismo e l'ignoranza».

- Meglio usare l'albero vero o l'albero finto?

«A questo punto, visto che nessuno ha la pazienza di aspettare, meglio quello finto. E' l'unica roba che ammiro della plastica. Non si possono tagliare milioni e milioni di alberi per tenerli quindici giorni e buttarli via. È assurdo, è uno spreco che la dice lunga sull'affetto che hanno gli uomini per la natura».

- Insomma il disinteresse dell'uomo per l'ambiente come metafora della chiusura degli uomini in sè stessi?

«Certo, perché c'è un calo di fede, dei valori di un tempo. Io lo percepisco. Non c'è più affetto verso le cose perché l'uomo ormai è preso nel vortice dell'arrivismo. E' come una recita, dove chi appare ha e chi non appare si vergogna.

PAGHERANNO TUTTO

I NOSTRI FIGLI

C'è una corsa incredibile all'essere qualcosa quell'attimo, che può durare tutta la vita ma anche un giorno. Tutto il resto viene dietro, è spazzatura. E questa mancanza di valori è data dal fatto che non c'è più timore verso qualcuno cui dovremmo rendere conto. Pagheranno tutto i nostri figli. Borges disse una frase molto bella, che però io correggo. Disse: non so se ci salveremo da ciò che è stato fatto. Ma doveva dire: non so se ci salveremo da ciò che abbiamo fatto. Perché siamo tutti in colpa, abbiamo tutti l'automobile, il telefonino, la schiuma da barba che buca l'ozono. Come fai a pensare al futuro del figlio di un altro, quando non curi neanche il futuro di tuo figlio? Sono riserve indiane ormai le nostre famiglie, dove confiniamo i nostri figli: gli diamo rhum e giocattoli e che stiano buoni lì. Io ho avuto contatti con ragazzi che erano messi male con la droga, e ne ho visti alcuni che se ne fregano della vita. Guarda che ti fai male a far così, dicevo io. Non vedo l'ora di morire, mi rispondevano. E allora sei disarmato».

- Perché quella risposta, cosa vogliono oggi i ragazzi? Cosa manca che non abbiano già?

«Manca prima di tutto la famiglia, perché i giovani vivono al cospetto dei mezzi di informazione, il più terribile è la televisione, in cui si propone sempre un vincitore. E loro pensano di essere falliti perché non sono al Grande Fratello o all'Isola dei Famosi. Invece dovrebbero capire che già essere vivi e sani è un bene, una conquista assoluta. I bambini bisogna ammaestrarli, educarli alla tolleranza, al rispetto, ad aver fiducia nella natura. Perché la natura non è solo il bosco, è anche guardare il cielo. La gente non guarda più il cielo, si guarda le scarpe. Tu puoi dirmi: ma a Milano c'è lo smog. Sì, ma dietro lo smog c'è qualcosa».

- Tu sei uno che vive e lavora con il legno. Non ti è mai venuto il rimorso per aver segato un albero, ti è mai venuto il sospetto di fargli male?

«Sempre. Pensa che mio nonno quando faceva gli innesti mi obbligava a tener le mani attorno alla pianta perché in quel momento, diceva, ha la febbre e sente male. Per i miei lavori io ho cercato di usare anche gli alberi morti in piedi ma devo dirti che ne ho anche piantati per superare il rimorso. Certo, quando appoggio la motosega su un tronco io capisco che sto per fare qualcosa che non va, perché guarda che lì l'albero non ha più speranza, è la ghigliottina, un condannato a morte. Però non bisogna dimenticare che Dio ha fatto la terra, la natura affinché l'uomo prendesse da essa quello che gli serve. E allora o siamo coerenti e moriamo di fame o prendiamo dalla terra quello che ci serve a sopravvivere in maniera dignitosa e basta».

- Sei alpinista, scultore ma anche scrittore. Perché quello che scrivi ruota sempre attorno alla natura, all'ambiente?

«Innanzitutto perché ho scritto cose che conoscevo, non potrei fare il manuale del tennis o del buon velista o scrivere robe di mare, anche se il mare è una montagna che dorme e la montagna è un oceano verticale. E poi sentivo che questa cultura se ne stava andando abbandonata da tutti.

COSÌ HO FATTO

IL MIO DOVERE

Allora, come scrisse il buon Brodskij (Josif Alexandrovic Brodskij, Nobel per la letteratura; ndr) non si scrive per la caducità della propria carne, si deve scrivere per salvare qualcosa della propria civiltà personale. Claudio Magris invece mi disse che era obbligatorio scrivere soprattutto per lottare contro l'oblio che annienta gli ultimi cancellandoli dalla faccia del mondo. Ecco un altro motivo: per salvare la memoria, una cultura, un'epoca, un'epopea che è scomparsa. Dopodiché anche per salvezza personale. Come disse Antonin Artaud (scrittore francese; ndr), nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, fatto musica o quant'altro se non per uscire di fatto dall'inferno. Sono già tre motivi, però a me pareva bello e doveroso scrivere di queste cose perché sono scomparse. Allora un ragazzino fra trent'anni aprirà, se ci sarà ancora, Le voci del bosco e scoprirà come si faceva la slitta, che legni occorrevano e quando andavano tagliati, come si faceva la gerla, come si tagliava il bosco, come si faceva un innesto. Mi sembrerà di morire in pace dopo avere fatto il mio dovere».

- Che sapore ha, oggi, lavorare il legno come una volta?

«Io sono vissuto in un'epoca quando accadde il Vajont avevo 13 anni - in cui mio nonno era il re della foresta. Diceva: manca un cucchiaio, e "tac" faceva il cucchiaio. Manca un piatto, faceva il piatto. Nonno, sono senza scarpe, prendeva l'acero e faceva le scarpe. Una roba divina, questa. Il bosco ci dava la legna da ardere, la legna da vendere, gli attrezzi. Nevicava: nonno, servono gli sci. Allora prendeva un pezzo d'acero e ci faceva gli sci. Con quegli sci venivamo giù per i sassi, gli scalini della chiesa, perché non temevamo di rovinare uno sci che costava un soldo di legno. Invece adesso hanno sci da un sacco di soldi, se prendi un sasso ti sembra di graffiarti il cuore».

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