ALP WALL – Autunno 2002
mauro corona alziro molin mauro bole
Mauro Bubu Bole & Mauro Corona & AlziroMolin
Servizio di Vinicio Stefanello
Fotografie Riccardo Milani e Fabio Dandri
Così ci siamo tutti. Molin, Corona, Bole, tre generazioni di alpinisti.
Le cose vanno per loro conto, c’è voglia di andare in libera. Allora godiamocela, come un bicchiere sempre pieno, quest’anarchia di alpinisti e uomini. Senza fretta, che oggi nessuno sembra avere mete.
“Voglio fare una via sulla piastra della frana del Vajont” butta lì Corona, “Sono quasi 500 metri. Però bisogna farla in novembre o dicembre. Prima è pericoloso viene giù tutto. Basta un corvo che muova un sasso...” Molin continua, quasi per associazione di idee: “ Ripetere una via non è mai come aprirne una nuova. Sapere che qualcuno è già passato, che ci sono chiodi, è tutto un’altro andare”. “Solo le vie nuove sono alpinismo. Perchè non sai cosa trovi” [...]
“Ma qualcuno è andato mai oltre il suo limite?” continua provocatorio Bubu. Così frugando nella memoria di più di 50 prime, Molin ricorda: “Io non ho mai rischiato di andare oltre. Pensavo: e dopo? Magari ricschiavo se sapevo che sopra c’era una cengia”. Siamo preda dell’anima e del corpo, il limite assoluto non esiste. Esiste il limite di quel momento. Il giorno dopo magari vai su con la gerla piena di incudini. Poi , fin che torni a casa vivo, il limite non esiste”.
“Allora anche in una ripetizione c’è qualcosa?”
“Sì, se quello che ha aperto la via è veramente andato oltre. Ti domandi che testa aveva in quel momento. Dov’era?” dice Bubu. “Certo” ripensa Corona “su difficoltà veramnte serie , a volte ripetere una via può essere psicologicamente più difficile che farla nuova. Anche perchè parti già un po’ scaricato”. E’ difficile insomma accettare una sconfitta dove un altro è riuscito. Per Bubu è proprio il punto: “Anche questo fa parte del coraggio di confrontarsi con gli altri”. “E anche della nobiltà dello spirito” gli fa eco Corona. La nobilta che ti fa riconoscere il valore degli altri, e progredire.
Corona insegue i suoi pernsieri: “L’arrampicata è una cosa mostruosa”. E aggiunge: “Tecnicamente possiamo essere uguali. Ma io vedo un appiglio e tu ne vedi un altro: ed è lo stesso. Tu lo vedi accarezzandolo in un modo, lui in un altro. Quindi non bisogna fermarsi solo al confronto. Si va e si prova”. Forse è questa leggerezza che ti salva, per non farti travolgere da quello che fai. Chissà come si sente Bubu, ora che sta provando la via di Alex Huber sulla Ovest di Lavaredo...
“Mi sento libero. Uno spirito libero” attacca Bubu, e poi “Se non ho voglia difare una cosa non la faccio, questa è la forza che mi fa continua il viaggio”
“Come sul Trango, in Pakistan?”
“Lì , la sfida era lo stile. Voelvo aprire una via nuova a vista, spingendo al massimo . Però non ho mai rischiato. Difatti quando sono volato ci sono rimasto prorpio male , perchè mi ero imposto di controllare tutto. Di essere sempre presente con la testa . La mi aè stata un aprogressione calcolata. Cerco sempre di avere dei pezzettini di margine, è così che penso alle protezioni”. E’ una dimostrazione di serietà e d’intelligenza” comemnta Corona. “Di voler bene alla vita” approva Molin. “E di volerla vivere fino in fondo” conclude Bubu.
Però c’è un dubbio.
Corona si domanda: “Ma se vogliamo così bene alla vita perchè non restiamo sul divano?” Per lui “E’ l’ansia di essere almondo che ci fa fare alpinismo. Il problema è con noi: non sappiamo vivere in pace. Se facciamo l’ottavo grado vogliamo fare il nono... Il vero saggio, diceva Pessoa, sta seduto a casa e guarda passare i treni”.
“Ma fare vie più dure, progredire, è uno stimolo di vita, è una motivazione”, ribatte pronto Bubu. “Si finchè non ti accorgi che ti dà stress” risponde Corona e conclude: “Allora bisogna tornare indietro altrimenti è una corsa senza fine. E non si può vivere senza un limite. Prendi i camosci: fanno baruffa per la femmina, ma quando trovano il giovane che li sconfigge, questi capi branco vanno via con una certa felicità. Forse erano stanchi di essere i primi”. Viene da pensare che ci vuole coraggio anche per questo.
Il coraggio , questa chimera.
Corona propone una sua visione: “Coraggio è fare un’azione quando non sai cosa ti aspetta. Invece quando uno arrampica ai suoi livelli, ha un coraggio gestito, controllato. Il coraggio naturale sconfina nella follia, perchè perdi: muori subito”.
“O hai fortuna, io ne ho avuta tanta, specialmente a 16 anni quando ho cominciato” dice Bubu. Un’affermazione questa, sottoscritta a gran voce da tutti. Perchè a dirla con Corona: “Il padreterno protegge gli sciocchi”. E noi lo siamo stati parecchio, e in più occasioni. E non perchè l’alpinista non conosca la paura. Anzi.
“Se uno è cosciente ha paura. Davanti alle difficoltà hai paura. Per questo trovi il coraggio di superarle. Ricordati che se hai paura, vuol dire che vuoi bene alla vita”, è Molin che parla e sembra di vederlo in parete con la corda di canapa da 12 mm che : “Veniva dura come il baccalà quando prendeva un po’ d’acqua”.
“La paura è una cosa saggia, è la mamma del coraggio” aggiunge Corona, e andando oltre: “Non ho mai fatto una via senza aver paura”. E’ logico. Ma chissà perchè risentirlo fa bene. Come la battuta di Corona “Mi ricordo quella volta ch eGiancarlo Grassi, davanti a una cascata, mi ha chiesto: Sei sicuro che sia la prima salita? L’importante è che non sia l’ultima, gli ho risposto. Era proprio una candela da brivido...”
Coraggio, paura e ... fantasia. Ormai non ci ferma più nessuno. Per Molin “Fantasia è creare, ideare una linea. Lasciarsi trasportare dall’istinto. In parete può capitare una via che va asinistra, ma tu senti che si può andare a destra: è la tua fantasia di scopritore a suggerirlo”. La fantasia per Corona è: “Personalissima, come le impronte digitali. Non si può influenzare. Io ammiro Jerry Moffat che arrampicava a lanci. Ma allora si diceva: bisogna muoversi piano, al rallentatore. Ma chi l’ha detto? Si arrampica con l’istinto”.
Bisogna esprimere la propria creatività. “Penso che tutti gli alpinisti che hanno creato qualcosa siano uomini forti, anche nella vita”, butta lì Bubu. Annuisce convinto anche Molin. Allora non è vero che l’alpinismo è una fuga? E’ chiaro : per nessuno di noi può esserlo . “Sopravviviamo a furia di inutilità. Ho fatto il Campanile di Val Montanaia 161 volte. E tutte le volte è stata un’emozione diversa, perchè ero un giorno più vecchio. Allora, se uno si diverte è dio per se stesso”.
E’ sempre avventura.
“Si, soprattutto se dai il massimo” interviene Bubu, e aggiunge: “Poi ti riconcili anche con te stesso, con il mondo”. Tutti d’accordo. “Era proprio bello dopo una prima arrivare in rifugio e poter scaricarsi di tutto” ricorda Molin. “Spesso le grandi avventure finiscono al bar. Perchè ti liberi vuoi diventare bambino, vuoi cantare (e siccome non siamo più capaci, beviamo un’ombra, e si canta. E vuoi bene a tutti. Non hai più astio, non hai più rancori. Questo è il valore dell’alpinismo”. Si un po’ di felicità.
Il sole comincia a riscaldare. Non bastano più le parole. Andiamo tutti su in Tre Cime. E’ quasi un pellegrinaggio. Quando svoltiamo l’angolo di forcella Lavaredo, è come la prima volta. Le grandi Nord stupiscono sempre. C’incamminiamo in silenzio sotto le pareti, c’è un’atmosfera di tranquillità e insieme di potenza. [...]
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